Il caso di Pierangelo Fioretto e della moglie Mafalda Begnozzi, uccisi a Vicenza il 25 febbraio 1991: dopo 34 anni l’ergastolo in primo grado a Umberto Pietrolungo, ma restano ignoti mandante, movente e secondo esecutore.
L’omicidio di Pierangelo Fioretto è uno dei cold case più lunghi della cronaca veneta. L’avvocato vicentino, esperto di diritto societario e fallimentare, venne ucciso la sera del 25 febbraio 1991 insieme alla moglie Mafalda Begnozzi nel cortile della loro abitazione, in contra’ Torretti, nel centro storico di Vicenza.
Per oltre trent’anni il delitto rimase senza un responsabile riconosciuto da una sentenza. La svolta arrivò grazie alla genetica forense: una traccia di DNA isolata nel 2012 venne poi confrontata con un profilo genetico emerso in un’indagine in Calabria nel 2022. Da quel confronto gli investigatori arrivarono a Umberto Pietrolungo, originario di Cetraro, già detenuto per altri reati.
Nel settembre 2025, il gup di Vicenza ha condannato Pietrolungo all’ergastolo in primo grado per il duplice omicidio. La sentenza ha dato un nome a uno degli esecutori materiali, ma non ha chiuso del tutto il caso: restano ancora senza risposta il movente, il mandante e l’identità del secondo uomo che avrebbe partecipato all’agguato.

Pierangelo Fioretto: l’agguato nel cortile di contra’ Torretti
La sera del 25 febbraio 1991, Pierangelo Fioretto rientrò a casa con la moglie. Ad attenderli, secondo le ricostruzioni dell’inchiesta, c’erano due uomini armati. L’avvocato venne raggiunto da numerosi colpi di pistola; anche Mafalda Begnozzi fu uccisa nel cortile dell’abitazione. Il delitto ebbe subito l’aspetto di un’esecuzione studiata, non di una rapina finita male.
Fioretto era un professionista conosciuto a Vicenza. Si occupava di diritto societario, procedure fallimentari e consulenze per aziende del territorio. Proprio il suo lavoro aprì una delle piste più battute: l’ipotesi che l’omicidio fosse collegato ad affari, contenziosi o interessi economici toccati dall’attività professionale dell’avvocato.
Gli assassini, secondo RaiNews, avevano cercato Fioretto anche la mattina in Tribunale, senza riuscire a intercettarlo. La sera lo aspettarono sotto casa. Il fatto che fosse stata uccisa anche la moglie rese il caso ancora più grave e indicò agli investigatori una volontà di eliminare entrambi i testimoni dell’agguato.
Per anni, però, le piste non portarono a una verità processuale. Il fascicolo rimase aperto come un cold case, con reperti conservati e domande mai chiuse. La chiave sarebbe arrivata solo molto tempo dopo, non da una confessione o da un nuovo testimone, ma da una traccia biologica rimasta sui materiali dell’epoca.
La traccia genetica, l’ergastolo e i punti ancora oscuri
La svolta investigativa maturò in più passaggi. Nel 2012, la Polizia scientifica riuscì a isolare una traccia di DNA da un reperto conservato. Anni dopo, quel profilo venne confrontato con dati emersi in Calabria dopo una sparatoria del 2022. Il risultato portò gli investigatori a Umberto Pietrolungo, uomo originario di Cetraro e indicato nelle cronache come vicino ad ambienti della ’ndrangheta calabrese.
L’11 giugno 2024, Pietrolungo venne raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare mentre era già detenuto a Cosenza per altri reati. La procura di Vicenza indicò il suo ruolo come quello di uno degli autori materiali del duplice omicidio. La difesa contestò l’impianto accusatorio e nel procedimento vennero discussi anche gli accertamenti tecnici sul DNA.
Nel 2025 arrivò la prima sentenza: ergastolo. Il giudice accolse la richiesta della procura e condannò Pietrolungo per gli omicidi di Pierangelo Fioretto e Mafalda Begnozzi. La decisione, però, non ha trasformato il caso in una storia completamente chiusa.
Il procuratore capo di Vicenza Lino Giorgio Bruno ha parlato di una verità processuale solo parziale: è stato individuato uno degli esecutori, mentre restano sullo sfondo il secondo uomo, il mandante e il motivo dell’agguato. Per questo l’omicidio di Pierangelo Fioretto resta un caso risolto solo in parte: una condanna dopo 34 anni, ma ancora nessuna risposta definitiva su chi ordinò l’esecuzione e perché.