Cosa c’è dietro la condanna ad Alberto Stasi nel giallo del delitto di Garlasco: la verità del Procuratore Generale Cedrangolo.
Non solo l’ex colonnello dei Carabinieri Gennaro Cassese indagato per i “non ricordo” su Sempio. La querelle legata al delitto di Garlasco e all’omicidio Chiara Poggi ha visto in queste ore anche il Procuratore Generale Cedrangolo intervenire ma questa volta sulla condanna data ad Alberto Stasi ed in particolare sulla requisitoria dell’11 dicembre 2015 con cui, in Cassazione, sostenne l’insufficienza degli indizi raccolti proprio contro Stasi.

Delitto di Garlasco: la reazione umana di Cedrangolo su Stasi
A ‘Zona Bianca‘ con Giuseppe Brindisi si è discusso del delitto di Garlasco. In particolare è stato intervista in esclusiva il Procuratore Generale Cedrangolo che manifestò seri dubbi a proposito della condanna verso Alberto Stasi. Dubbi che, ad oggi, anche grazie ai nuovi elementi dell’inchiesta bis, sembrano essere decisamente concreti visto che le nuove indagini escluderebbero la presenza di Stasi sulla scena del crimine dell’omicidio Chiara Poggi.
Cedrangolo ha spiegato: “Provo amarezza per una detenzione in realtà provocata da una decisione non adeguatamente motivata, e provo amarezza per un ignobile bagarre che è avvenuta a suo tempo e che adesso puntualmente si è ripropostasi”.
#Garlasco, intervista esclusiva all'ex PG Cedrangolo: "Io, Procuratore, chiesi l'annullamento della condanna di Stasi".#ZonaBianca pic.twitter.com/M6a1jSKLoX
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La verità sulla condanna data
Cedrangolo che nella requisitoria dell’11 dicembre 2015, in Cassazione, sostenne l’insufficienza degli indizi raccolti contro Stasi, ha scelto di rileggere a ‘Zona Bianca’ proprio l’incipit della sua requisitoria con cui mise in evidenza che gli indizi raccolti non fossero sufficienti per condannare Alberto Stasi: “In questa sede, in queste aule, non si giudicano imputati, ma si giudicano sentenze. Non si decide se un imputato è colpevole o innocente, perché non abbiamo gli strumenti per deciderlo, ma si stabilisce se una sentenza è fatta bene o è fatta male. Se è fatta male si annulla, se è fatta bene si rigetta il ricorso”.
Eppure, come ben noto, Stasi venne condannato. Sul tema, ecco la verità del Procuratore: “L’anello debole non era nessuno dei sette indizi di cui parlava la sentenza, ma era quello che l’appello bis riteneva il primo e grave indizio a carico dell’imputato, e cioè il tentativo di accreditare l’ipotesi dell’incidente domestico. E questo indizio, ritenuto il primo e grave, in realtà si è rivelata una bufala, un vero e proprio travisamento processuale”.
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